Suspended @ Gravy Studio, Philadelphia, USA, 13-27 Aprile 2019

Massimo Cristaldi Mostre 4 Comments

Suspended sarà in Mostra a Filadelfia, dal 13 al 27 Aprile 2019. Il vernissage è previsto giorno 13 dalle ore 17:00. Dopo la mostra dello scorso anno a Philadelphia, nell’ambito di Due South e precedenti mostre a Miami eNew York, il mio lavoro ritorna negli Stati Uniti con una personale presso il Gravy Studio, una delle poche gallerie interamente dedicate alla fotografia a Filadelphia.

https://www.gravy-studio.com/massimo-cristaldi

Avrò il piacere di essere presente al vernissage.

Le tre dimensioni nell'utilizzo delle macchine fotografiche

Massimo Cristaldi Macchine ed Accessori, Pensieri 1 Comment

Facciamo un po’ di filosofia collegata all’atto dello scattare e alle macchine fotografiche. Esistono a mio avviso 3 dimensioni parallele. 

  • Quello che “serve
  • Quello che “piace usare
  • Quello che “piace avere

Il massimo è trovare la combinazione tra le tre dimensioni, mettendo come parametro importante, la qualità finale dell’immagine e, almeno per me, le sensazioni di utilizzo: quello che “piace usare”.

E questo è un punto fondamentale perché quello che piace usare ha una diretta influenza sul come vedo il mondo e quindi, indirettamente, sul risultato finale.

Ad esempio la Medio Formato analogica con cui ero in giro qualche giorno fa. Cavalletto, pozzetto, schermo quadrato, ottica 28mm equivalente. Sicuramente non “serve”, ma “piace molto usare”. Mi rendo conto di come questo piacere d’uso, assieme alla oggettive difficoltà di maneggiarla, aiuta un certo tipo di fotografia ragionata. Avevo nell’altra mano l’ottima Sony RX1RII che sicuramente “serve” come mezzo per l’eccellente rapporto tra qualità di immagine e dimensione fisica dell’oggetto in quanto tale. Ebbene usavo la MF per cercare le inquadrature e scattavo, avendole trovate, con entrambi i mezzi. Il sonoro “Clank” dell’otturatore della Rollei era un piacere enorme, mentre click asfittico della Sony mi lasciava molto indifferente…

Come qualità finale saremo lì lì, con la Rollei leggermente avanti per tridimensionalità ma con il “noise” di una pellicola Portra 160 ed i relativi pelucchi da scansione. Insomma la MF mi aiutava a “trovare” inquadrature che la digitale non mi avrebbe mai fatto scoprire. Forse anche complice il vecchio mantra delle fotografia analogica che è il “costo” associato alla pressione del pulsante di scatto.

Il pozzetto della mia Rollei 6003 professional

Per questo quello che piace usare è molto importante, forse più di quello che “serve”. E, per lo stesso motivo, il mio iPhone XS non riesco proprio ad usarlo come mezzo fotografico, ma solo come blocchetto degli appunti: serve, ma non piace usare.

Ed il “piace avere”? Bhe, se piace usare probabilmente è una conseguenza. Ma in troppi coprano le macchine fotografiche perché piace possederle come dei feticci… Non è il mio caso!

The War of Art di Steven Pressfield

Massimo Cristaldi Fotografia come Arte, Pensieri Lascia un Commento

Sto leggendo, con grande interesse, “The War of Art” di Steven Pressfield. Un libro che è un must per qualsiasi creativo. Un opera che tratta del concetto della “Resistenza” definendola come il freno ai nostri progetti, ai nostri sogni e alle nostre idee: una forma subdola di procrastinazione. Il libro è diviso in 3 diversi tomi. Il primo si concentra sul tante e polimorfiche definizioni della “Resistenza” con l’idea di “conoscere il nemico” di qualsiasi artista o creativo. Il secondo tomo spiega come affrontare, con metodo e professionalità, i compiti che possano consentirci di superare cose come i “blocchi creativi” attraverso ordine, pazienza, perseveranza, guardando in faccia la paura del fallimento. Il terzo libro parla invece di Ispirazione. In esso una delle cose che mi ha colpito maggiormente è quello che Pressfield chiama il “Il testamento di un Visionario” riferendosi a William Blake. Quella che segue è una traduzione/estrapolazione sintetica dei concetti salienti. Da qui in poi, quindi, chi parla in prima persona è Steven Pressfield.

Il Testamento di un Visionario

L’Eternità ama le Creazioni del Tempo

William Blake

Cerchiamo di decifrare un attimo questa frase. L’Eternità, converrete con me, è una dimensione senza Tempo e, probabilmente, senza Spazio. E’ su un livello superiore a quello in cui noi tutti ci ritroviamo che potrebbe, forse, essere abitato da creature superiori. Oppure essere pura Coscienza e Spirito. Qualsiasi cosa o essenza sia, secondo Blake, è qualcosa in grado di AMARE.
Supponiamo che queste creature siano immateriali. Prive di corpi. Eppure in grado di avere una connessione con la nostra realtà. Queste entità, siano esse Divinità o Spiriti partecipano alla nostra dimensione.
Che “amino le Creazioni del Tempo” vuol dire che, probabilmente, gioiscono di quanto noi, esseri mortali, siamo capaci di creare nella nostra dimensione materiale.
E’ probabilmente una forzatura ma se esse davvero gioiscono magari, ogni tanto, ci danno forse un piccolo aiuto che ci consente di creare qualcosa… Se questo fosse vero allora la figura della Musa che sussurra all’orecchio dell’artista funzionerebbe benissimo.
Il “senza tempo”, l’Eterno che comunica con il “limitato dal e nel tempo”.
Secondo Blake, probabilmente, la Quinta Sinfonia esisteva già prima che Beethoven si sedesse per scriverla. E’ come se il lavoro esisteva già “in potenza”, nessuno lo sentiva, non era ancora musica, nessuno poteva suonarlo.
Aveva bisogno di qualcuno, una persona, un essere umano che lo portasse nel mondo materiale. Questa persone è un Artista, un “Genius” nell’accezione latina di “anima” o di “spirito animato”.
Così la Musa ha sussurrato all’orecchio di Beethoven. Magari lo ha fatto con milioni di altre persone ma solo lui lo ha percepito. E così l’ha scritta e così facendo ha reso la Quinta Sinfonia una “Creazione” del tempo che l’Eternità potesse amare e gioire sentendola eseguire nella nostra, limitata, dimensione.
In altre parole Blake è d’accordo con i Greci: le Muse esistono e permeano il nostro mondo.

Spectrum: il numero iniziale mi dedica una lunga intervista

Massimo Cristaldi Lavori Pubblicati Lascia un Commento

Spectrum è una nuova iniziativa editoriale partorita dalla vulcanica fucina di Enzo Grabriele Leanza che, con passione e determinazione, ha messo su quello che lui definisce “bookzine”, ma che, anche per la qualità editoriale del progetto, si annuncia come una collana di libri fotografici:

L’idea di dare vita a Spectrum, un “bookzine” di cultura fotografica, nasce dall’esigenza forte di
trovare un punto di convergenza tra le diverse anime della fotografia, permettendo loro di dialogare
in una forma stabile e duratura. L’incontro e il confronto che ricerchiamo verranno messi in campo,
di volta in volta, utilizzando l’intervista come strumento principale d’indagine, in maniera tale da
dare parola direttamente ai protagonisti dei vari campi della fotografia. Insieme alle interviste ai
principali attori della scena fotografica, vi proporremo anche una parte “saggistica”. Quest’ultima
sarà pensata in modalità soft, con testi brevi e linguaggio accessibile anche a chi non frequenta per
mestiere studi più strutturati. Il nome scelto per questo bookzine mette insieme le anime che da
due secoli interagiscono costantemente ogni qualvolta si parli di fotografia: quella “scientifica” e
quella “umanistica”. Spectrum quindi, nella prima accezione, come spettro del visibile, quella parte
della “luce” che ci permette di vedere il mondo e che al tempo stesso ci consente di fotografarlo, ma
anche Spectrum come la pratica di cui parla Roland Barthes ne La camera chiara in cui tra
l’Operator (chi fa la fotografia) e lo Spectator (chi la “osserva”) si pone appunto lo Spectrum (ciò che
viene fotografo, l’oggetto che “subisce” l’azione fotografica).

Il primo numero della rivista contiene una lunga intervista che spazia attraverso tutti i miei lavori. L’intervista è disponibile per il download in PDF da questo link e, di seguito, la riporto in modalità testuale.

SPECTRUM: Ciao Massimo, pur svolgendo un’altra professione nella vita, da più di un decennio sei molto attivo nel campo della fotografia, come ti sei avvicinato a questa “disciplina”?

Ho iniziato da bambino. A circa dodici anni mio padre mi spiegò per bene i concetti di ASA, tempo e diaframma con la sua FED4 sovietica che ancora, sporadicamente, utilizzo. Lui era un appassionato fotografo, ed era una persona molto coinvolgente per natura e temperamento. Poi, negli anni Novanta, una prima reflex tutta mia, una collezione di obbiettivi e via dicendo. La vita mi ha portato verso la tecnologia e la scienza ma i viaggi e le motociclette sono sempre stati una grande passione. La fotografia è stata quindi il mezzo principale per raccontare la mia vita, i miei viaggi e, successivamente, per vedere realizzate le immagini della mia mente.

SPECTRUM: Il tuo lavoro procede come strumento d’indagine di quella che tu hai definito la “metafora dei confini”. Cos’è un confine per te? E in quanti modi questo concetto può essere declinato in fotografia?

Il confine è un concetto molto importante per me. Sono tantissimi i confini che ogni giorno attraversiamo, tanto quelli fisici, veri, come quelli tra le nazioni che quelli metaforici, come i confini tra terra acqua e cielo. O tra presente e passato. In questo senso la fotografia è per me un “confine fisico” di tipo temporale: con una foto marco un confine tra quello che ho ripreso un istante prima e quello che succederà un istante dopo. Il frame fotografico è confinato anch’esso: decido cosa escludere da quello che vedo. E se rappresento confini come soggetto delle mie immagini ecco che la metafora dei confini si compie nella sua completezza.

SPECTRUM: Il tuo modus operandi è caratterizzato dalla realizzazione di “lunghe” serie; progetti che insegui per anni e che realizzi con grande padronanza del linguaggio fotografico. Da quali esigenze nasce un tuo progetto?

La prima esigenza è personale. Mi attrae un qualcosa e decido di raccontarlo. E per farlo ci vuole del tempo. Ci vuole costanza e determinazione. Mi interessa la fotografia come documento, quindi ho sempre provato a raccontare storie che potessero diventare “documento” e “traccia”.

SPECTRUM: Alcuni di questi progetti li consideri conclusi, altri vengono dichiarati ancora “on going”. Come e quando si può mettere il punto definitivo a una serie fotografica?

Bellissima domanda. A volte perché trovo l’indagine “conclusa”, perché ho fotografie sufficienti a rispondere allo statement. A volte perché mi “disamoro” al soggetto. Ad esempio in Simulacra: ho lavorato tantissimo per circa un anno. E ho raccolto tante immagini. E oggi, anche se ogni tanto scatto ancora questi soggetti, non saprei come continuare, e forse non mi interessa neanche provare a farlo. Quelli “ongoing” sono più complessi. Rispondono forse di più a un mio modo di fotografare quindi chiuderli è più difficile, più “doloroso”.

SPECTRUM: Una serie ancora “aperta” è quella intitolata Suspended, lavoro in cui, riallacciandoti alla migliore tradizione internazionale del paesaggio fotografico, mostri luoghi che sembrano essere fuori dal tempo. Che ruolo hanno il “luogo” e il “tempo” nella tua fotografia?

Suspended è uno dei miei lavori per l’appunto aperti. ?à un mio modo di vedere la Sicilia che trovo sostanzialmente immutato da circa quindici anni. I luoghi, nella fattispecie, sono a me familiari: ci sono nato e me li porto dentro. Anche se mi piace molto scattare in viaggio è pur vero che è forse più appagante fotografare “a casa propria”. Hai più tempo per riflettere e per assorbire quanto vedi. Ecco, implicitamente ti ho risposto: luoghi, tempi e confini.

SPECTRUM: La notte è un elemento comune ad alcune tue serie fotografiche, come Simulacra, Touch Ground e Insulae. Che funzione esercita il “buio” nel tuo linguaggio e con esso la contrastante presenza della luce artificiale?

Ti rispondo con il testo che accompagna le mie riflessioni sulla notte. “Fotografare, disegnare con la luce. Di notte, specie in quelle senza luna, la lavagna è nera. E i pastelli, i gessetti, hanno il colore delle luci artificiali. Lampade a solfuri verdognole, lampade al neon, fari a luce bianca quasi alogeni. Il misto delle luci genera bagliori assoluti, assordanti per contrasto in un silenzio che è riposo di uomini, animali e cose. Le sensazioni, a rivedere in foto i risultati, prima di quelle dell’osservatore, sono le mie. Quelle del fotografo. La presenza rassicurante dell’auto accanto. Un cane in lontananza, un camion che decelera e che con i suoi fari illumina la scena. La scena. Un incontro folgorante tra la propria idea interiore, il senso del racconto del progetto in corso, la sua collocazione in una sequenza mentale di immagini che narrino in modo poco esplicito, e che piuttosto suggeriscano una chiave di lettura. Che infonda mistero e indefinito, che dialoghi ai confini del visibile, con una intelligibilità del soggetto e che ispiri chi guarda a trovare la propria lettura, a farsi trasportare dall’immagine in un mondo parallelo, immersivo, con occhi simili a quelli miei. Nella campagna che lo circonda al confine tra la terra e il cielo mentre tutti dormono e io, ostinato, rimango a guardare.”

SPECTRUM: In Touch Ground ti occupi dell’attualissimo problema dei fenomeni migratori nel Mediterraneo, ma lo fai senza mai mostrare un migrante. Oggetto della tua ricerca sono i luoghi di sbarco e i relitti delle imbarcazioni che hanno condotto quest’umanità da una sponda all’altra del mare. Ritieni che questi “segni” siano sufficienti a raccontare il drammatico fenomeno?

Non penso siano segni sufficienti. Sono altri “segni”. Touch Ground è una riflessione sui luoghi in cui sono avvenuti sbarchi, anche, a volte, tragici. ?à una riflessione tra il confine tra terra e mare dal nostro punto di vista: il nostro mare, le nostre spiagge, possono essere, visti al contrario, agognate mete da raggiungere. Per questo mi interessava raccontare questo mare di notte, perché spesso gli sbarchi sono avvenuti di notte e perché, nel fotografare relitti spiaggiati o silenziose linee di costa ho provato una grande suggestione personale. Che non so se è arrivata nelle fotografie e forse neanche mi interessa saperlo: in fondo, il primo “gustatore” delle proprie immagini è, a mio avviso, proprio il creatore delle stesse.

SPECTRUM: Simulacra è uno dei tuoi progetti di maggior successo. In esso riprendi in immagini il famoso concetto di Baudrillard calandolo nella realtà dell’Italia meridionale e indagando forme architettoniche devozionali che appartengono alla nostra cultura, ma a cui nessuno sembra fare più caso. Esiste ancora uno spazio per il simulacro nella nostra cultura, oppure l’unico vero simulacro è rimasta la fotografia?

Credo ci siano ancora tanti simulacri. E non so se la fotografia, per come è consumata oggi come oggetto primariamente da condividere e dimenticare, è ancora un simulacro. Recentemente mi sono imbattuto in alcuni “simulacri” in Cina: culture diversissime eppure simili agli altari votivi. In fondo è la funzione di questi artefatti che è mutata nel tempo: marcano ancora crocevia e riferimenti visivi ma nell’epoca dei GPS non servono più neanche all’orientamento sulle strade, figurarsi a quello spirituale.

SPECTRUM: In Insulae proponi una lettura del territorio attraverso una serie d’insediamenti industriali che, grazie al complice intervento della notte, appaiono come delle vere e proprie presenze “aliene” in un paesaggio che da esse, grazie alla potenza della luce, viene dominato. Qual è la forza di questo lavoro che tanto successo ha riscosso all’estero, al punto da essere acquistato dalla George Eastman House di Rochester?

Non sono solo strutture industriali ma anche luoghi in cui le forze USA di stanza in Sicilia risiedono. Tra di loro anche il CARA di Mineo che prima era uno dei residence US in Sicilia. Un articolo sul New York Times su Insulae ha aperto la strada al successo del lavoro: da l?¨ una mostra negli States in cui il direttore della Eastman House è venuto e ha apprezzato il lavoro. In Insulae, ancora, fotografo confini e recinzioni. La storia del sonno dei soldati e delle loro famiglie si intreccia con i fili spinati, con la lotta tra il buio e la luce, metafora sempreverde del dualismo che tanto ha impregnato la nostra cultura. Positivo e negativo, bene e male, zero e uno. E il bagliore distante diventa un UFO appena atterrato o che sta per partire, un neon acceso, una barra di kriptonite.

SPECTRUM: Il paesaggio industriale è oggetto anche di Refinery Flocks, una serie in cui alla rigida verticalità delle ciminiere del polo petrolchimico di Gela viene opposta l’amorfa o multiforme presenza di stormi d’uccelli. Il tuo è stato un tentativo di umanizzazione di un luogo tanto controverso o gli uccelli sono una metafora hitchcockiana di una minaccia possibile?

Il fenomeno noto con il nome inglese di “murmuration” dal latino “murmuratio” è affascinante di suo. Altri fotografi hanno, con successo, dopo il mio Refinery Flocks, fotografato stormi di uccelli. Qui la cosa paradossale era il rapporto utilitaristico tra il calore della raffineria di Gela, oggi spenta, e gli uccelli al tramonto nelle notti d’inverno. Simbiosi possibile piuttosto che minaccia hitchcockiana.

SPECTRUM: A proposito di minacce possibili, tra i tuoi lavori documentari viene indagato anche il “problema” mai risolto del MUOS di Niscemi. Come hai affrontato l’indagine su un tema che ancora oggi fa tanto discutere?

Il progetto sul MUOS ha visto la collaborazione delle associazioni e delle scuole di Niscemi. Una coppia di straordinari amici che abitano nella sughereta mi ha fatto conoscere le problematiche del MUOS ed è stata un’esperienza molto intensa per me vedere la passione di queste persone per una causa tanto controversa. E poi, confini, nuovamente e muri e fili spinati. Il progetto avrebbe dovuto essere pubblicato sul New York Times ma alla fine la cosa non è andata in porto. Non è difficile immaginare il perché.

SPECTRUM: Sin dall’inizio della tua attività fotografica hai cercato, con successo, di proporre le tue immagini in contesti internazionali, ma i riferimenti alla “tua” Sicilia rimangono continui. Numerosi infatti sono i “saggi” fotografici a essa dedicati, compresi quelli sulle feste religiose, in cui, dopo tanti luoghi, ti confronti direttamente con gli esseri umani e con la loro “dimensione spirituale”. Ritieni che queste indagini siano complementari ai lavori sui luoghi o che entrambe seguano percorsi paralleli?

Sono indagini complementari. Certo, troppo sfruttati e “visti”. Difficili essere originali ed autoriali su queste tematiche. Ma se senti lo stimolo di fotografarle allora bisogna sempre seguirlo. Come però avrai visto questi lavori sono tra i miei “essays”, non tra i progetti principali. Non perché li ritengo di serie B, ma perché li trovo, appunto, complementari ai lavori principali.

SPECTRUM: Come già evidenziato, hai viaggiato tanto “dentro” la Sicilia, ma hai viaggiato tanto anche all’estero. New York, Parigi, Cuba, Dresda, la Florida, la Tunisia sono state oggetto del tuo sguardo. Ogni luogo è stato raccontato con un linguaggio apparentemente diverso. Come cambia il tuo modo di vedere in contesti differenti? E’ il luogo che suggerisce il modo in cui vuole essere ritratto o sei tu che ami reinventarti di volta in volta?

Gli “essays” sono volutamente liberi. Nel linguaggio e nella tematica. Sono meno rigoroso e più sperimentatore nell’approccio. E ogni luogo ha le sue vibrazioni caratteristiche. Quando arrivo in un posto nuovo entro in crisi e mi domando: e ora come dovrei fotografare qui per cogliere questo posto?

SPECTRUM: Nella serie The Other America, il cui titolo a primo impatto sembra richiamare un lavoro di Sebastiao Salgado sul Sud America, mostri, con un rigoroso bianconero (per anni ho creduto fotografassi solo a colori), luoghi insoliti nel paesaggio statunitense, in cui è l’abbandono a farla da padrone. Trovi che questo “degrado” sia visivamente poetico? E che ruolo gioca la dimensione del “tempo” in queste tue fotografie?

The Other America è una serie del 2007 importante per me. Corrisponde a una di quelle “crisi” nell’interpretazione del luogo a cui facevo riferimento prima. E, contemporaneamente, a un concetto “suspended” che stavo sperimentando in Sicilia da un po’ di tempo. Non lo definirei però “degrado”. Mi sono sempre sembrate cose che, tutto sommato, valeva la pena restassero come erano. Quietate. Inutili da spostare o da rimuovere. Un’altra America che lascia stare e non demolisce.

SPECTRUM: Lo stesso abbandono lo ritrovi e lo ripercorri nella serie Sicily Houses. Questa connessione è sufficiente per mettere in relazione luoghi cos?¨ lontani e cos?¨ diversi?

Anche le case della Sicilia sono un embrione di Suspended. Più didascalico, fu oggetto di una prima mostra a Catania mi sembra nel 2007. La relazione tra i posti lontani esiste solo nel fatto che la stessa persona abbia realizzato queste immagini.

SPECTRUM: Percorrendo i tuoi lavori fotografici siamo rientrati in Sicilia dove, nuovamente con un appassionante bianconero, hai realizzato la serie Oculus Asini. I protagonisti di queste tue fotografie sembrano dialogare, attraverso i loro occhi, con te. Come nasce questa delicata sequenza fotografica?

Oculus è una serie nata per caso che ha avuto un buon successo in Francia. In visita a un allevamento rimasi colpito dalla profondità dell’occhio dell’asino, dalla sua dolcezza e pazienza. E anche, ancora, dal confine del filo spinato o delle stalle. Come vedi alla fine molto gira sempre intorno alla stessa metafora.

SPECTRUM: Osservando le tue opere, ho trovato una serie che mi ha lasciato a dir poco interdetto. Mi riferisco a Sichuan, lavoro in cui metti in scena un paesaggio distrutto, ossimoricamente creato con i mattoncini delle famose “costruzioni” per bambini. Il tutto appare come la “ricostruzione” di uno scenario post-bellico o post-terremoto, in cui il tuo continuo confronto con la realtà sembra essere stato sostituito da una dimensione dichiaratamente simbolica. Questa serie rappresenta un’anomala e giocosa sperimentazione nel tuo percorso autoriale o si colloca perfettamente in esso?

Lo scenario post devastazione era quello che sivedeva in TV dopo il terremoto avvenuto in Cina nel 2008, che aveva causato circa 70.000 morti. L’idea è stata quella di riprodurlo con i Lego. Segni “finti” di un qualcosa realmente accaduto. Forse questo, a ripensarci, il trait d’union con Touch Ground. Sicuramente una sperimentazione visto che è l’unico progetto “staged” che ho mai realizzato.

SPECTRUM: Il tuo “agire” fotografico è sempre stato frutto di profonde riflessioni sul ruolo dell’immagine fotografica e del fotografo nella nostra società. Tale consapevolezza ha fatto di te uno degli autori più interessanti del panorama non solo italiano. Cosa dobbiamo aspettarci da Massimo Cristaldi nei prossimi anni? A quali progetti stai lavorando?

Sto lavorando a un paio di libri. Sono sempre andato per mostre e per progetti ma il libro è una sfida avvincente che adesso sento di essere quasi pronto ad affrontare. Non è semplice però e, certamente, metterà una data di fine ad alcuni dei progetti oggi “ongoing”. E poi sto lavorando su progetti più ampi che non siano collegati a un singolo posto o a un singolo genere fotografico. Sto fotografando di più le persone nei luoghi. Certamente sto mutando e maturando e lo vedo nelle fotografie che oggi realizzo. Questo mettere a fuoco se stessi è un processo interessante ma anche, a volte, spiazzante per sè e per chi vede i tuoi lavori, soprattutto in un mondo come quello della fotografia contemporanea in cui sembra che la “coerenza a tutti i costi” sia il valore principale da perseguire. Ma tanto io sono un confidente ottimista incoerente.

Perchè questa immagine segna la mia storia di fotografo

Massimo Cristaldi Fotografie, Storie Lascia un Commento

Questo articolo parla di un luogo e di una fotografia che è stata significativa per la mia evoluzione come fotografo.

S eguimi attraverso questo flusso di memoria dato che i primi fatti relativi a questa immagine accadevano il 19 aprile 2007.

11 anni fa, cinque anni dopo l’inizio del mio viaggio nella fotografia digitale, stavo attivamente esplorando luoghi interessanti nella mia isola di origine: la Sicilia. Ricordo che ero con un amico e andavamo verso sud rispetto a Catania in cerca di qualcosa da fotografare per iniziare a costruire i nostri primi portfolio. Siamo capitati sulla spiaggia che segna il passaggio dalla costa di sabbia bianca ad una ripida scogliera rocciosa e con formazioni di pillow-lava.

Febbraio 2007: L’altarino dalla costa

A quel tempo stavo giocando con il mio nuovo Sigma 15-30 e una Canon 5d. Ricordo come era fantastico giocare con quelle esagerate prospettive grandangolari su quella spiaggia usando un tronco a forma di mano che galleggiava sulla battigia e che era stato portato lì da una tempesta recente.

Da lontano, mentre scattavo al tronco, notai un piccolo altare votivo costruito sulla scogliera: uno dei tentativi di chiedere a Nettuno o a Dio, o qualunque cosa tu possa chiamare Divino, protezione per i pescatori che si avventurano di notte in mare.

Febbraio 2007: il fiero pescatore

Decidevo, così, che valeva la pena fare una piccola passeggiata per fare qualche scatto. Lungo il percorso incontravo un pescatore locale che mi mostrava con orgoglio una Murena appena rimasta tra le reti . E poi ho visto l’edicola votiva. Li chiamiamo, familiarmente, “Altarini”. Avevo il mio obiettivo grandangolare e grazie anche alla bassa marea, riuscivo a scattare alcune foto con molte rocce in primo piano. Tra i vari scatti la foto di apertura di questo articolo è stata la mia scelta.

N ei seguenti mesi ho continuato a ripensare a quella fotografia. Ho immaginato una storia legata ad un pescatore in mare e, per la prima volta nella mia vita, ho pensato che il posto meritasse delle fotografie staged. Ho immaginato una modella, una donna siciliana vestita di nero, dai capelli neri, vicino all’altarino forse a pregare per il suo uomo che non tornava dal mare: qualcosa sulla falsariga di Luchino Visconti” La Terra Trema “.

Scrissi un testo, trovai una mia amica (Lucia, lo stesso nome di uno dei personaggi del film) e tornai in all’altarino sulla scogliera nel Settembre 2007. Armato con la fidata Canon 5d, un 16-35 la mia amata Rollei 6003 professional . E’ stato molto divertente vedere come le suggestioni di quel luogo visto per la prima volta in Aprile, potessero diventare veri in un pomeriggio di Settembre. Ho potuto vedere in pratica i risultati della mia immaginazione, ma, in qualche modo, non ho mai creduto nella storia risultante anche se, lo ammetto, mi sono piaciuti alcuni scatti: per me la fotografia è stata quella che avevo scattato in aprile, che mostro qui nella variante in bianco e nero.

Aprile 2007: L’altarino in bianco e nero

LUCIA nel settembre 2007

LUCIA nel settembre 2007: scattata con una ROLLEI 6003 PROFESSIONAL

S e sei arrivato a leggere fin qui potresti chiederti cosa è successo qualche giorno fa. Questa volta, in giro in moto lungo la costa sudo, sono tornato all’ Altarino con la mia Sony RX1R II . È stato solo un caso perché non era stato pianificato in anticipo. Ma, avendo il tempo, pensavo che l’Altarino valesse un’altra visita. Cosa ho trovato?

  • Alta marea questa volta.
  • Non ci sono fieri pescatori, ma un pescatore con uno smartphone.
  • Una seconda croce aggiunta alla prima sull’edicola.
  • La linea costiera è cambiata.
  • Ho una fotocamera più performante e ho undici anni in più.

FEBbraio 2018: l’altarino oggi

C osa è successo in questi undici anni? È successo che, nel 2009, ho iniziato a fotografare altarini votivi di notte, realizzando così il mio progetto Simulacra . Questo è il motivo per cui quella fotografia, e quell’altarino lungo la costa, è significativo per me: tornare lì undici anni dopo è stato il tributo giusto per un posto che ha guidato quello che ho fotografato e che sto ancora fotografando.

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La prima regola del Deep Work: lavora con profondità

Massimo Cristaldi Pensieri 3 Comments


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ome promesso ecco un nuovo articolo sul libro di Cal Newport, Deep Work: Rules for a focused success in a Distracted World. Per chi non avesse letto la prima parte suggerisco fortemente leggere prima qui.
Questo articolo si riferisce alla seconda parte del libro che si incentra sulle regole necessarie per mettere in pratica, soprattutto nelle nostre vite frenetiche ed inter-connesse, una policy di concentrazione e di attenzione mirata. La prima delle regole sulle quali mi soffermo è quella di lavorare con profondità.

Questo perché, quando si tratta di rimpiazzare le distrazioni con il deep work i problemi da affrontare non sono affatto semplici. Ci sono molti ostacoli, alcuni esterni, altri dentro di noi, che ci mettono nelle condizioni di non riuscire a concentrarci. Ci sono “alibi” che troviamo con estrema facilità per rimandare o procrastinare i momenti di concentrazione attiva e di deep work: tutti combattono con i propri desideri ogni giorno. I desideri più comuni includono il mangiare, il dormire e, ovviamente, il sesso. La lista include “prendersi una pausa dal lavoro, guardare le email e i social network, navigare il web, ascoltare la musica o guardare la televisione”. Vari studi riportano che la nostra volontà si esaurisce man mano che la utilizziamo, come un muscolo che pian piano si stanca. Visto che questo è un fatto che ognuno può osservare facilmente su se stesso, Newport suggerisce di stabilire alcune routine e rituali che possono essere adottati nella vita di ogni giorno in modo da minimizzare lo sforzo di volontà necessario a mantenere uno stato di concentrazione ininterrotta. Il concetto è che la VOGLIA di lavorare, anche profondamente, si scontra fortemente con il DESIDERIO di non farlo a meno (ehehehe) che non si fissino regole che possono essere orarie (ogni pomeriggio, in una certa stanza) dove si provi ad entrare in uno stato di concentrazione profonda.
Per far questo Newport suggerisce SEI diverse strategie che mirano a rendere efficace la regola del lavoro profondo.

Per rendere la lettura più semplice non mi dilungherò su ognuna di esse: finirei altrimenti per tradurre il libro. Vi suggerirò i passaggi che mi sembrano più interessanti e praticabili nella vita odierna, fatta, per sua natura, di migliaia di distrazioni e di obblighi collegati ad abitudini, famiglia, impegni.

La prima strategia è Decidere la propria filosofia di “profondità”. Cal ne identifica 4 diverse.

  • Quella Monastica: ritirarsi in un luogo per periodi di tempo lunghi, anche settimane, disconnessi da tutto e tutti. Mi sembra bella in teoria, ma inattuabile nella (mia) pratica.
  • Quella Bimodale: piuttosto che tempi lunghi come nella monastica, i tempi di concentrazione si fanno più brevi, ad esempio alcuni giorni di fila. Dividere il tempo, dedicando alcuni giorni di concentrazione intensa verso i nostri obiettivi principali (3–4 giorni), e il resto della settimana a tutto quello che è “superficiale”. Il minimo del tempo da dedicare, ininterrottamente alla concentrazione è un giorno intero. Anche questo, a mio avviso, troppo complesso da raggiungere nella pratica.
  • Quella Ritmica: qui le cose si fanno interessanti. Questa filosofia parte dal presupposto che il modo più semplice per essere consistentemente in sessioni di Deep Work è trasformarle in un’abitudine regolare. L’obiettivo, in altre parole, è quello di generare un ritmo per questo lavoro che rimuova la necessità di investire energie nel decidere se e quando stai per iniziare a concentrarti. L’idea è quella di marcare con una X su un proprio calendario questi momenti, e di far si, che, nello scorrere delle settimane, le varie X diventino una catena. Vero: rispetto alla filosofia bimodale forse non si riesce ad arrivare allo stesso, elevato, livello di concentrazione ma è pur vero che questo approccio è più in linea con la natura umana.
  • Quella Giornalistica: questa filosofia non si adatta bene a chi vuole iniziare con il Deep Work da neofita perché parte dal presupposto di una scelta consapevole di andare in profondità anche se per poco tempo. Una cosa del tipo “ho mezz’ora, faccio questa attività intensa di cui sento il bisogno e sono sicuro di riuscire a finirla nel tempo che mi sono dato”.

In effetti, per me, nei miei primi tentativi “consapevoli” di deep work, quest’ultima filosofia è l’unica che ha funzionato. Mi rendo conto che in effetti, però, richiede un tempo lungo di assuefazione per arrivare a “produrre” come vorrei e che il momento della decisione è spesso condizionato dai “desideri” di cui sopra, oltre che dagli obblighi della vita di ogni giorno. Quindi è effettivamente ardua da intraprendere. Forse un misto intelligente tra la Ritmica e la Giornalistica si addice alla maggior parte di noi. Ad esempio provare a mettere nel calendario quando ci si concentrerà tende a creare un ritmo, anche se, spesso, può risultare difficile metterlo in pratica alla cadenza propria della parola stessa.

La seconda strategia è quella di creare dei “riti”. Ad esempio:
* dove lavorerai e per quanto tempo. Può essere casa propria, il proprio ufficio, o un luogo nel quale ci si sente sufficientemente disconnessi.
* come lavorerai una volta iniziato a lavorare. Il tuo rituale necessita delle regole per far sì che gli sforzi siano strutturati. Ad esempio puoi instituire un divieto all’acceso ad internet utilizzando, come faccio dal 2012, Freedom. O attuando, se la filosofia scelta è quella giornalistica, la tecnica del pomodoro inventata da Francesco Cirillo.
* come supporterai il tuo lavoro mentre ci sei dentro. Ad esempio con una bella tazza di caffè sul tavolo, dell’acqua, una sedia confortevole. O, perché no, andando in giro e passeggiando. Nietzsche diceva che solo le idee che si hanno mentre si cammina sono quelle da attenzionare.

La terza strategia è quella di fare grandi gesti. Ad esempio: prendere in affitto una stanza costosissima in un hotel, come fece J.K. Rowling mentre faticava a completare il libro finale della saga di Harry Potter. La scrittrice racconta che non riusciva a concentrarsi a casa e così decise di prendere una stanza in un albergo a cinque stelle per allontanarsi e scrivere in santa pace. Il posto era bellissimo ovviamente e, il primo giorno all’hotel, andò così bene che decise di tornarci con regolarità (pagando 1000 sterline al giorno).
Aldilà dell’aneddoto il concetto è semplice: creando una modifica visibile nella propria quotidianità, magari supportata da un bell’investimento in denaro, tutto dedicato alla voglia di produrre e di andare in profondità, si aumenta l’importanza percepita dell’attività stessa. Questa maggiorazione dell’importanza riduce l’istinto che abbiamo tutti in mente a procrastinare e porta una sferzata di motivazione e di energia. Assomiglia, se vogliamo sorridere un po’, a quando noi fotografi ci facciamo prendere dalla voglia di una nuova e costosa macchina fotografica. Il fatto di aver speso nello strumento ci induce a produrre del nuovo lavoro, quasi a giustificare mentalmente la necessità del nuovo (e spesso, solo futile) acquisto.
Ovviamente non si deve necessariamente trattare di un gesto dispendioso:

In all of these examples, it’s not just the change of environment or seeking of quiet that enables more depth. The dominant force is the psychology of committing so seriously to the task at hand. To put yourself in an exotic location to focus on a writing project, or to take a week off from work just to think, or to lock yourself in a hotel room until you complete an important invention: These gestures push your deep goal to a level of mental priority that helps unlock the needed mental resources. Sometimes to go deep, you must first go big.

La quarta, sorprendente, strategia è quella di non lavorare da soli.
Dico sorprendente perché, in effetti, il deep work sembra un’attività appunto da monaco tibetano intento nella sua meditazione. Guai a toccarlo! Invece in questa strategia Newport si sofferma, in modo molto interessante, su quanto, spesso, lavorare (in profondità) assieme ad altri possa essere un fattore di successo importante. E’ chiaro: nel nostro mondo multidisciplinare grandi invenzioni vengono solo dalla capacità di lavorare in gruppo. E’ finita l’epoca del singolo visionario, a meno che non sia uno scrittore o un poeta. Se si cerca innovazione il “Collaborative Deep Work” può produrre risultati ancora più interessanti. E’ chiaro che le tematiche affrontate sopra diventano esponenzialmente più complesse con il crescere del numero di persone nei gruppi di lavoro e quindi particolare attenzione va posta anche agli ambienti che possono supportare, e non danneggiare, l’attività.

La quinta strategia è quella di eseguire come un’azienda.
Se mi avete seguito fin qui vi sarà probabilmente chiaro che il Deep Work è un’attività potenzialmente premiante. Il problema è capire come metterla in pratica. Newport si rifà alla prefazione che Clayton Christensen scrisse per il volume “The 4 Disciplines of Execution” (abbreviato 4DX) e rivisita, nella chiave del Deep Work, le discipline indicate nel libro.

  • Discipline #1: Focus on the Wildly Important. Ossia identifica poche cose veramente importanti su cui focalizzarti. Il problema non è impiegare tanto tempo in deep work, ma piuttosto fissare un obiettivo che sia davvero rilevante per la propria carriera e fare in modo di raggiungerlo.
  • Discipline #2: Act on the Lead Measures. Questa disciplina mi è sembrata davvero interessante. Una volta che hai identificato il tuo obiettivo hai necessità di misurare il successo nel raggiungerlo. Nella 4DX ci sono due metriche per farlo: lag measures e lead measures, ossia misure reattive e misure pro-attive. Nelle lag, una volta che le hai analizzate, quello che hai fatto per arrivare fin lì è già nel passato. Se hai sbagliato ad arrivare fin dove sei te ne puoi soltanto dolere. Nelle misure pro-attive si pensa invece al futuro in modo tale che, quando poi arriverà il momento di fare misure reattive (lag), esse saranno migliorate dagli sforzi che abbiamo fatto per migliorarle. Un esempio per chiarire. Se ho un panificio e voglio migliorare la soddisfazione dei miei clienti, la misura reattiva sarà un un punteggio diciamo ‘x’ di customer satisfaction. Una misura pro-attiva potrebbe essere il numero di clienti che ricevono un campioni gratuiti, ad esempio, di grissini. Questo numero si può facilmente incrementare dando ai clienti più grissini. Man mano che questo numero aumenta è possibile immaginare che, di conseguenza, aumenti anche la soddisfazione dei cliente (misura reattiva). Ecco quindi che il tempo impiegato in uno stato di deep work verso il proprio obbiettivo principale è la misura pro-attiva che ci interessa intraprendere. Non importa, retroattivamente, capire quanti progetti fotografici abbiamo fatto nell’arco di un anno. Non c’è nulla che possiamo fare, nel nostro comportamento giornaliero a breve termine per generare un cambiamento se non pensare al futuro e produrre, lavorare sodo. Questa disciplina mi fa pensare alla bellissima lettera di Sol LeWitt a Eva Hesse qui magnificamente interpretata da Benedict Cumberbatch:

Just stop thinking, worrying, looking over your shoulder, wondering, doubting, fearing, hurting, hoping for some easy way out, struggling, grasping, confusing, itching, scratching, mumbling, bumbling, grumbling, humbling, stumbling, numbling, rambling, gambling, tumbling, scumbling, scrambling, hitching, hatching, bitching, moaning, groaning, honing, boning, horse-shitting, hair-splitting, nit-picking, piss-trickling, nose sticking, ass-gouging, eyeball-poking, finger-pointing, alleyway-sneaking, long waiting, small stepping, evil-eyeing, back-scratching, searching, perching, besmirching, grinding, grinding, grinding away at yourself. Stop it and just DOSol LeWitt to Eva Hesse

  • Discipline #3: Keep a Compelling Scoreboard. La terza disciplina suggerisce di creare un cartellone dove segnare il tempo impiegato durante il deep work. Qualcosa di grande, visibile, che possa farci tener traccia dei progressi accumulati. E di segnare sul cartellone quando si raggiunge uno degli obiettivi prefissati. Pare che l’uso di un oggetto fisico davanti agli occhi faccia percepire come si procede e sproni verso il risultato.
  • Discipline #4: Create a Cadence of Accountability. Nel caso di lavori di gruppo la 4dx suggerisce di fare dei meeting settimanali per verificare i progressi e rifocalizzare gli sforzi. Nel caso di un deep worker solitario questo vuol dire sforzarsi a rivedere il lavoro svolto e comprendere, man mano che si procede, come meglio metterlo in pratica.

Le quattro discipline del 4dx si basano sul concetto che eseguire un compito è più difficile di immaginarlo.

La sesta strategia, se, arrivati a leggere fin qui aveste già preso Newport e me per ammalati di lavoro o affetti da workaholics, vi farà trarre un sospiro di sollievo: siate pigri.

Idleness is not just a vacation, an indulgence or a vice; it is as indispensable to the brain as vitamin D is to the body, and deprived of it we suffer a mental affliction as disfiguring as rickets… it is, paradoxically, necessary to getting any work done.Tim Kreider on The New York Times Blog

Qui c’è l’idea di interrompere il lavoro facendo assolutamente nulla, per ricaricare il corpo e lo spirito. Alla fine della giornata, ad esempio, questo si traduce nello staccare tutto quanto possa essere collegato al lavoro. Esistono vari motivi per cui questa pratica risulta particolarmente premiante.
La prima ragione risiede nella sorpresa, comune a molti di noi, dell’intuizione improvvisa mentre facciamo altro o durante una notte. Si chiama teoria del pensiero inconscio. Quando siamo in pausa il nostro cervello diventa capace di organizzare informazioni complesse in modo diverso da quando siamo su un compito specifico. La seconda ragione fotografa la capacità di rigenerazione durante il riposo, soprattutto rilassandosi nella natura:

Walking in nature provides such a mental respite, but so, too, can any number of relaxing activities so long as they provide similar “inherently fascinating stimuli” and freedom from directed concentration.

La terza ragione risiede nell’effettiva efficacia dei nostri sforzi quando siamo già stanchi. Una sessione efficace di lavoro profondo difficilmente diventa produttiva oltre le quattro cinque ore. Dopo meglio chiudere tutto e riposarsi facendo attività superficiali, magari accompagnando il momento in cui ci si rilassa con una dichiarazione esplicita di Shutdown.

Le prossime regole negli articoli sul Deep Work a venire.

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World Press Photo – una riflessione sulle foto finaliste

Massimo Cristaldi Altri Fotografi Lascia un Commento

Cambiando un modus operandi consolidato negli anni, l’edizione 2018 del World Press Photo ci presenta, oltre ai vari “nominees” nelle molteplici categorie, il preview delle 6 fotografie in lizza per diventare “foto dell’anno”. Non “la foto vincintrice” ma il parterre da cui verrà nominata, il 12 Aprile, la vincitrice finale.

Certamente si tratta di immagini interessanti dal punto di vista della composizione. Altrettanto certamente quello che appare ovvio focalizzandosi sul contenuto e sul messaggio, è che sono tutte immagini “forti”, immagini da “pugno nello stomaco” – come candidamente dice uno dei giurati (Thomas Borberg) nel video che accompagna la selezione – e TUTTE rappresentano sostanzialmente due cose: sofferenza e dolore.

Tutte e 6.

Mi viene in effetti voglia di chiedermi se il 2017, dal punto di vista del fotogiornalismo, sia stato solo (o almeno prevalentemente) sofferenza e dolore. E con questo non voglio sminuire affatto quanto accade nel nostro mondo e quante volte abbiamo dovuto riflettere su questi eventi nei mesi passati.

Certo, a guardare gli altri nominees, lo spettro di soggetti si ampia, e i temi spaziano. Eppure, paradossalmente, il selezionare 6 foto finaliste “tutte di un tipo”, fa riflettere dal punto di vista di quanto questa giuria voglia “lasciare” come immagine iconologica dell’anno passato visto che, alla fine, nell’immaginario collettivo, le “foto dell’anno” del World Press Photo dovrebbero, a mio avviso, convogliare in se il senso dell’anno trascorso.

Ripeto: non voglio affatto sminuire quanto accade nel nostro mondo: attacchi terroristici, guerre, disastri naturali. Ma è altrettanto vero che se guardo il mondo dal punto di vista prettamente statistico mi viene da pensare che, per fortuna, si tratta di storie che affliggono direttamente una parte percentualmente bassa della popolazione mondiale e che, se guardiamo i numeri rispetto a dieci o cento anni fa, il mondo è certamente diventanto un posto più sicuro e più sano. Il che non vuol dire che le brutte cose non accadono e non bisogna stigmatizzarle: al contrario va fatto e non può essere dimenticato.

Però non nascondo che avrei voluto vedere, tra le 6 foto, qualcuna di tipo un po’ più “ottimistico” e mi viene di pensare che, probabilmente, se invece avessero tirato fuori “di botto” la foto vincitrice, come negli anni scorsi, avremmo potuto disquisire solo sul risultato e non sul processo che porta al risultato.

Alla fine, visto che i contenuti sono sostanzialmente “da pugno allo stomaco”, come sceglieranno le foto migliori? Solo su criteri estetici? O sulla rilevanza della storia di sofferenza a cui si riferisce?

Di certo avremo un terzetto di immagini che lascerà ai posteri un’immagine di un mondo che non migliora perchè guerre, disastri e sofferenze sono quanto il fotogiornalismo moderno incorona. Così, come molti siti hanno fatto, queste immagini mertiano un disclaimer del tipo:

This slideshow contains graphic and disturbing imagery that is not suitable for children, and may not be suitable for viewing in the workplace. Proceed with caution.

Dal punto di vista del fotografo, poi, bisognerà rassegnarsi: o si va a fare queste fotografie oppure meglio lasciar stare i sogni di gloria (disclaimer: non ho partecipato al World Press Photo, quindi non c’è alcuna “invidia” in quanto scrivo).

In questo senso mi torna alla mente la bella immagine che ha vinto il contest nel 2014: migranti con i cellulari in alto a captare segnali. Migranti sì, ma in un gesto di comunicazione, comunione e speranza.

Ma quella, certamente, era un’altra giuria.