Intervista con Sicilia&Donna su Touch Ground

Massimo Cristaldi Lavori Pubblicati Lascia un Commento

“Sicilia & Donna” ha pubblicato oggi l’intervista che Alessandra Fassari mi ha fatto su Touch Ground.

sicilia-e-donna-touch-ground

Nel 2013 circa 42.000 migranti hanno sfidato il mare per raggiungere l’Italia e l’Europa, non di certo alla ricerca della felicità, ma semplicemente della vita! Se, in un retorico approccio di umanizzazione dei territori, la stessa geografia terrestre ha voluto assegnare alla Sicilia -ora solo trade union ora meta definitiva degli sbarchi- l’ingrato ruolo di prima donna in questo orrido teatro di morte e disperazione, c’è chi ha voluto immortalare i luoghi più che i volti, luoghi che «sono apparsi carichi di significato e da cui è stato possibile percepire assenze». Luoghi come scene fisse in cui gli attori vanno e vengono, luoghi della speranza e della disillusione, luoghi della delusione e della morte in un crescente iter di disumanità e muta, vergognosa accondiscendenza. Così Massimo Cristaldi, geologo catanese impegnato in progetti internazionali di ricerca, ma che ha fatto della fotografia il suo «lato creativo libero», riuscendo a posizionarsi egregiamente in numerosi concorsi internazionali, confida a Sicilia&Donna l’ispirazione del suo ultimo progetto fotografico.

Massimo, lei scrive che «una delle conseguenze non intenzionali della rivoluzione tecnologica e della globalizzazione è la perdita di meraviglia e di curiosità per cui il mondo viene ridimensionato in un pixel di familiarità ed uniformità», usa la fotografia anche per sfatare questo pericolo?

«In un certo qual modo sì, la globalizzazione ci sta opprimendo, dunque andare a cercare cose meno viste e meno comuni è uno degli obiettivi che mi prefiggo quando fotografo.»

Che cos’è “Touch ground”, quando e come è nata l’idea?

«E’ nata nel 2009 quando a Lampedusa era in vigore il regime anti immigrazione voluto dal governo Berlusconi che aveva momentaneamente ed artificiosamente bloccato i flussi migratori. Proprio in quel periodo avevo realizzato “Sogni infranti”, progetto in cui avevo fotografato i segni dell’arrivo degli immigrati, i barconi spiaggiati e dismessi, ad esempio; così proprio a partire dal 2009 ho iniziato una ricognizione sistematica delle nostre coste con l’intento di verificare come potessero apparire a chi arriva da lontano.»

Una scelta precisa quella di non fotografare i volti, ma dare spazio agli scenari paesaggistici?

«Sì, l’idea è quella di ragionare sulle tracce, questo non è un progetto fotogiornalistico, siamo talmente abituati a vedere immigrati che arrivano sui barconi che queste immagini in iperproduzione, quasi ormai parte di una biblioteca collettiva, tendono a perdere significato e non aiutano minimamente a sensibilizzare sull’argomento; se invece ci si focalizza sui luoghi, sui segni e sulle tracce, si rimane sorpresi perché il messaggio diventa meno esplicito, più sotterraneo e lascia spazio all’immaginazione. Andare in queste spiagge di notte alla ricerca dei relitti, mi ha consentito di mettermi nei panni di coloro che cercano la terra, solo così ho capito come il mare può assumere significati completamente diversi a seconda del dove lo guardi, a seconda del punto di vista.»

Massimo lei parla di sbarco, che peso da a questo termine e come lo contestualizza all’interno del suo progetto?

«Il termine sbarco in italiano ha un’accezione etimologica quasi militaresca, ricorda la Normandia ed è collegato all’invasione, questa parola in effetti non mi è mai piaciuta perché per chi cerca la salvezza diventa più un approdo che non uno sbarco. Ci rendiamo conto, dunque, che ancora una volta è una questione di punti di vista, noi –forse- la viviamo come un’invasione, loro cercano solo la vita …»

Anche in “Touch ground”, confini, contrasti e scenari notturni sono in qualche modo l’essenza dei suoi scatti, da cosa scaturiscono?

«Sì, in effetti, da tanti anni ragiono sul concetto di confine … confine temporale fra passato e futuro, confine fra luce e ombra come nel caso di “Insule”, progetto che ha avuto discreto successo negli Stati Uniti. In “Touch ground” il confine lo si ritrova a più livelli, quello fisico fra mare e terra, quello psicologico fra due diversi e quasi opposti, punti di vista.»

http://portfolio.massimocristaldi.com/-/galleries/portfolio/touch-ground

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.