La prima regola del Deep Work: lavora con profondità

Massimo Cristaldi Thoughts 3 Comments

C ome promesso ecco un nuovo articolo sul libro di Cal Newport, Deep Work: Rules for a focused success in a Distracted World. Per chi non avesse letto la prima parte suggerisco fortemente leggere prima qui.
Questo articolo si riferisce alla seconda parte del libro che si incentra sulle regole necessarie per mettere in pratica, soprattutto nelle nostre vite frenetiche ed inter-connesse, una policy di concentrazione e di attenzione mirata. La prima delle regole sulle quali mi soffermo è quella di lavorare con profondità.

Questo perché, quando si tratta di rimpiazzare le distrazioni con il deep work i problemi da affrontare non sono affatto semplici. Ci sono molti ostacoli, alcuni esterni, altri dentro di noi, che ci mettono nelle condizioni di non riuscire a concentrarci. Ci sono “alibi” che troviamo con estrema facilità per rimandare o procrastinare i momenti di concentrazione attiva e di deep work: tutti combattono con i propri desideri ogni giorno. I desideri più comuni includono il mangiare, il dormire e, ovviamente, il sesso. La lista include “prendersi una pausa dal lavoro, guardare le email e i social network, navigare il web, ascoltare la musica o guardare la televisione”. Vari studi riportano che la nostra volontà si esaurisce man mano che la utilizziamo, come un muscolo che pian piano si stanca. Visto che questo è un fatto che ognuno può osservare facilmente su se stesso, Newport suggerisce di stabilire alcune routine e rituali che possono essere adottati nella vita di ogni giorno in modo da minimizzare lo sforzo di volontà necessario a mantenere uno stato di concentrazione ininterrotta. Il concetto è che la VOGLIA di lavorare, anche profondamente, si scontra fortemente con il DESIDERIO di non farlo a meno (ehehehe) che non si fissino regole che possono essere orarie (ogni pomeriggio, in una certa stanza) dove si provi ad entrare in uno stato di concentrazione profonda.
Per far questo Newport suggerisce SEI diverse strategie che mirano a rendere efficace la regola del lavoro profondo.

Per rendere la lettura più semplice non mi dilungherò su ognuna di esse: finirei altrimenti per tradurre il libro. Vi suggerirò i passaggi che mi sembrano più interessanti e praticabili nella vita odierna, fatta, per sua natura, di migliaia di distrazioni e di obblighi collegati ad abitudini, famiglia, impegni.

La prima strategia è Decidere la propria filosofia di “profondità”. Cal ne identifica 4 diverse.

  • Quella Monastica: ritirarsi in un luogo per periodi di tempo lunghi, anche settimane, disconnessi da tutto e tutti. Mi sembra bella in teoria, ma inattuabile nella (mia) pratica.
  • Quella Bimodale: piuttosto che tempi lunghi come nella monastica, i tempi di concentrazione si fanno più brevi, ad esempio alcuni giorni di fila. Dividere il tempo, dedicando alcuni giorni di concentrazione intensa verso i nostri obiettivi principali (3–4 giorni), e il resto della settimana a tutto quello che è “superficiale”. Il minimo del tempo da dedicare, ininterrottamente alla concentrazione è un giorno intero. Anche questo, a mio avviso, troppo complesso da raggiungere nella pratica.
  • Quella Ritmica: qui le cose si fanno interessanti. Questa filosofia parte dal presupposto che il modo più semplice per essere consistentemente in sessioni di Deep Work è trasformarle in un’abitudine regolare. L’obiettivo, in altre parole, è quello di generare un ritmo per questo lavoro che rimuova la necessità di investire energie nel decidere se e quando stai per iniziare a concentrarti. L’idea è quella di marcare con una X su un proprio calendario questi momenti, e di far si, che, nello scorrere delle settimane, le varie X diventino una catena. Vero: rispetto alla filosofia bimodale forse non si riesce ad arrivare allo stesso, elevato, livello di concentrazione ma è pur vero che questo approccio è più in linea con la natura umana.
  • Quella Giornalistica: questa filosofia non si adatta bene a chi vuole iniziare con il Deep Work da neofita perché parte dal presupposto di una scelta consapevole di andare in profondità anche se per poco tempo. Una cosa del tipo “ho mezz’ora, faccio questa attività intensa di cui sento il bisogno e sono sicuro di riuscire a finirla nel tempo che mi sono dato”.

In effetti, per me, nei miei primi tentativi “consapevoli” di deep work, quest’ultima filosofia è l’unica che ha funzionato. Mi rendo conto che in effetti, però, richiede un tempo lungo di assuefazione per arrivare a “produrre” come vorrei e che il momento della decisione è spesso condizionato dai “desideri” di cui sopra, oltre che dagli obblighi della vita di ogni giorno. Quindi è effettivamente ardua da intraprendere. Forse un misto intelligente tra la Ritmica e la Giornalistica si addice alla maggior parte di noi. Ad esempio provare a mettere nel calendario quando ci si concentrerà tende a creare un ritmo, anche se, spesso, può risultare difficile metterlo in pratica alla cadenza propria della parola stessa.

La seconda strategia è quella di creare dei “riti”. Ad esempio:
* dove lavorerai e per quanto tempo. Può essere casa propria, il proprio ufficio, o un luogo nel quale ci si sente sufficientemente disconnessi.
* come lavorerai una volta iniziato a lavorare. Il tuo rituale necessita delle regole per far sì che gli sforzi siano strutturati. Ad esempio puoi instituire un divieto all’acceso ad internet utilizzando, come faccio dal 2012, Freedom. O attuando, se la filosofia scelta è quella giornalistica, la tecnica del pomodoro inventata da Francesco Cirillo.
* come supporterai il tuo lavoro mentre ci sei dentro. Ad esempio con una bella tazza di caffè sul tavolo, dell’acqua, una sedia confortevole. O, perché no, andando in giro e passeggiando. Nietzsche diceva che solo le idee che si hanno mentre si cammina sono quelle da attenzionare.

La terza strategia è quella di fare grandi gesti. Ad esempio: prendere in affitto una stanza costosissima in un hotel, come fece J.K. Rowling mentre faticava a completare il libro finale della saga di Harry Potter. La scrittrice racconta che non riusciva a concentrarsi a casa e così decise di prendere una stanza in un albergo a cinque stelle per allontanarsi e scrivere in santa pace. Il posto era bellissimo ovviamente e, il primo giorno all’hotel, andò così bene che decise di tornarci con regolarità (pagando 1000 sterline al giorno).
Aldilà dell’aneddoto il concetto è semplice: creando una modifica visibile nella propria quotidianità, magari supportata da un bell’investimento in denaro, tutto dedicato alla voglia di produrre e di andare in profondità, si aumenta l’importanza percepita dell’attività stessa. Questa maggiorazione dell’importanza riduce l’istinto che abbiamo tutti in mente a procrastinare e porta una sferzata di motivazione e di energia. Assomiglia, se vogliamo sorridere un po’, a quando noi fotografi ci facciamo prendere dalla voglia di una nuova e costosa macchina fotografica. Il fatto di aver speso nello strumento ci induce a produrre del nuovo lavoro, quasi a giustificare mentalmente la necessità del nuovo (e spesso, solo futile) acquisto.
Ovviamente non si deve necessariamente trattare di un gesto dispendioso:

In all of these examples, it’s not just the change of environment or seeking of quiet that enables more depth. The dominant force is the psychology of committing so seriously to the task at hand. To put yourself in an exotic location to focus on a writing project, or to take a week off from work just to think, or to lock yourself in a hotel room until you complete an important invention: These gestures push your deep goal to a level of mental priority that helps unlock the needed mental resources. Sometimes to go deep, you must first go big.

La quarta, sorprendente, strategia è quella di non lavorare da soli.
Dico sorprendente perché, in effetti, il deep work sembra un’attività appunto da monaco tibetano intento nella sua meditazione. Guai a toccarlo! Invece in questa strategia Newport si sofferma, in modo molto interessante, su quanto, spesso, lavorare (in profondità) assieme ad altri possa essere un fattore di successo importante. E’ chiaro: nel nostro mondo multidisciplinare grandi invenzioni vengono solo dalla capacità di lavorare in gruppo. E’ finita l’epoca del singolo visionario, a meno che non sia uno scrittore o un poeta. Se si cerca innovazione il “Collaborative Deep Work” può produrre risultati ancora più interessanti. E’ chiaro che le tematiche affrontate sopra diventano esponenzialmente più complesse con il crescere del numero di persone nei gruppi di lavoro e quindi particolare attenzione va posta anche agli ambienti che possono supportare, e non danneggiare, l’attività.

La quinta strategia è quella di eseguire come un’azienda.
Se mi avete seguito fin qui vi sarà probabilmente chiaro che il Deep Work è un’attività potenzialmente premiante. Il problema è capire come metterla in pratica. Newport si rifà alla prefazione che Clayton Christensen scrisse per il volume “The 4 Disciplines of Execution” (abbreviato 4DX) e rivisita, nella chiave del Deep Work, le discipline indicate nel libro.

  • Discipline #1: Focus on the Wildly Important. Ossia identifica poche cose veramente importanti su cui focalizzarti. Il problema non è impiegare tanto tempo in deep work, ma piuttosto fissare un obiettivo che sia davvero rilevante per la propria carriera e fare in modo di raggiungerlo.
  • Discipline #2: Act on the Lead Measures. Questa disciplina mi è sembrata davvero interessante. Una volta che hai identificato il tuo obiettivo hai necessità di misurare il successo nel raggiungerlo. Nella 4DX ci sono due metriche per farlo: lag measures e lead measures, ossia misure reattive e misure pro-attive. Nelle lag, una volta che le hai analizzate, quello che hai fatto per arrivare fin lì è già nel passato. Se hai sbagliato ad arrivare fin dove sei te ne puoi soltanto dolere. Nelle misure pro-attive si pensa invece al futuro in modo tale che, quando poi arriverà il momento di fare misure reattive (lag), esse saranno migliorate dagli sforzi che abbiamo fatto per migliorarle. Un esempio per chiarire. Se ho un panificio e voglio migliorare la soddisfazione dei miei clienti, la misura reattiva sarà un un punteggio diciamo ‘x’ di customer satisfaction. Una misura pro-attiva potrebbe essere il numero di clienti che ricevono un campioni gratuiti, ad esempio, di grissini. Questo numero si può facilmente incrementare dando ai clienti più grissini. Man mano che questo numero aumenta è possibile immaginare che, di conseguenza, aumenti anche la soddisfazione dei cliente (misura reattiva). Ecco quindi che il tempo impiegato in uno stato di deep work verso il proprio obbiettivo principale è la misura pro-attiva che ci interessa intraprendere. Non importa, retroattivamente, capire quanti progetti fotografici abbiamo fatto nell’arco di un anno. Non c’è nulla che possiamo fare, nel nostro comportamento giornaliero a breve termine per generare un cambiamento se non pensare al futuro e produrre, lavorare sodo. Questa disciplina mi fa pensare alla bellissima lettera di Sol LeWitt a Eva Hesse qui magnificamente interpretata da Benedict Cumberbatch:

Just stop thinking, worrying, looking over your shoulder, wondering, doubting, fearing, hurting, hoping for some easy way out, struggling, grasping, confusing, itching, scratching, mumbling, bumbling, grumbling, humbling, stumbling, numbling, rambling, gambling, tumbling, scumbling, scrambling, hitching, hatching, bitching, moaning, groaning, honing, boning, horse-shitting, hair-splitting, nit-picking, piss-trickling, nose sticking, ass-gouging, eyeball-poking, finger-pointing, alleyway-sneaking, long waiting, small stepping, evil-eyeing, back-scratching, searching, perching, besmirching, grinding, grinding, grinding away at yourself. Stop it and just DOSol LeWitt to Eva Hesse

  • Discipline #3: Keep a Compelling Scoreboard. La terza disciplina suggerisce di creare un cartellone dove segnare il tempo impiegato durante il deep work. Qualcosa di grande, visibile, che possa farci tener traccia dei progressi accumulati. E di segnare sul cartellone quando si raggiunge uno degli obiettivi prefissati. Pare che l’uso di un oggetto fisico davanti agli occhi faccia percepire come si procede e sproni verso il risultato.
  • Discipline #4: Create a Cadence of Accountability. Nel caso di lavori di gruppo la 4dx suggerisce di fare dei meeting settimanali per verificare i progressi e rifocalizzare gli sforzi. Nel caso di un deep worker solitario questo vuol dire sforzarsi a rivedere il lavoro svolto e comprendere, man mano che si procede, come meglio metterlo in pratica.

Le quattro discipline del 4dx si basano sul concetto che eseguire un compito è più difficile di immaginarlo.

La sesta strategia, se, arrivati a leggere fin qui aveste già preso Newport e me per ammalati di lavoro o affetti da workaholics, vi farà trarre un sospiro di sollievo: siate pigri.

Idleness is not just a vacation, an indulgence or a vice; it is as indispensable to the brain as vitamin D is to the body, and deprived of it we suffer a mental affliction as disfiguring as rickets… it is, paradoxically, necessary to getting any work done.Tim Kreider on The New York Times Blog

Qui c’è l’idea di interrompere il lavoro facendo assolutamente nulla, per ricaricare il corpo e lo spirito. Alla fine della giornata, ad esempio, questo si traduce nello staccare tutto quanto possa essere collegato al lavoro. Esistono vari motivi per cui questa pratica risulta particolarmente premiante.
La prima ragione risiede nella sorpresa, comune a molti di noi, dell’intuizione improvvisa mentre facciamo altro o durante una notte. Si chiama teoria del pensiero inconscio. Quando siamo in pausa il nostro cervello diventa capace di organizzare informazioni complesse in modo diverso da quando siamo su un compito specifico. La seconda ragione fotografa la capacità di rigenerazione durante il riposo, soprattutto rilassandosi nella natura:

Walking in nature provides such a mental respite, but so, too, can any number of relaxing activities so long as they provide similar “inherently fascinating stimuli” and freedom from directed concentration.

La terza ragione risiede nell’effettiva efficacia dei nostri sforzi quando siamo già stanchi. Una sessione efficace di lavoro profondo difficilmente diventa produttiva oltre le quattro cinque ore. Dopo meglio chiudere tutto e riposarsi facendo attività superficiali, magari accompagnando il momento in cui ci si rilassa con una dichiarazione esplicita di Shutdown.

Le prossime regole negli articoli sul Deep Work a venire.

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