Final Cut (2008)

Massimo Cristaldi Essays 1 Comment

There is a cruel representation of Death, of death already happened but still present. A representation where flesh, in its physical attributes, and the act of dismember it, even if done routinely, is still meaningful. That’s perhaps why blood itself is more linked to life rather then death. Knives, expert fishermen hands, big fishes blood, show a relationship between life and death, between the act of cutting and blood. Perhaps killing is happening in front of our eyes…

Archival Pigment Print
8 Photographs, 12×12 cm, mounted in a single frame 60×32 cm.
Limited edition of 5

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  1. La tecnica e le emozioni. Da sempre dal conflitto di questi concetti nasce l’arte. Alcuni guardano con disprezzo la tecnica in quanto assassina della libertà d’espressione (quasi sempre questi sono coloro privi di capacità tecniche); così come c’è chi con arroganza difende l’impossibilità di fare arte senza conoscere in modo approfondito il mezzo (e questi sono invece solitamente i grandi tecnici). Ad una persona equilibrata verrebbe naturalmente di trarre come logica conclusione che la verità è un equilibrato compromesso, ovvero la necessità di conoscere il mezzo senza rimanerne schiavo. Ma cosa significa esattamente? Significa molto semplicemente che la tecnica deve essere utilizzata come un mezzo e non come un fine, essa deve essere uno strumento dell’artista per veicolare le proprie emozioni. In passato Massimo Cristaldi mi ha spesso affettuosamente “bacchettato” perché tendevo a vedere troppo spesso il lato tecnico delle sue foto piuttosto che quello emozionale. In realtà io cercavo di capire i motivi delle sensazioni, cioè cosa nella foto aveva indotto in me determinate sensazioni. Allo scopo ovviamente di far mia quella tecnica e riprodurla quando necessario. Non solo, ma parlare di tecniche è facile perché si tratta di un argomento oserei dire scientifico, nel quale sono molto più a mio agio che in un discorso artistico, ove invece potrei rivelare qualche ignoranza. Perciò adesso mi armo di spavalderia e di arroganza e mi arrogo la libertà di dire quello che voglio senza paura di essere smentito. Io dico che la tecnica diviene suprema quando invisibile. Dico che contemplando un’opera, se siamo solo assorbiti dalla carica emozionale che essa emana, essa sarà di tecnica sopraffina. Per questo potrei sì stare qui a parlarvi di come occupa magistralmente lo spazio la prima foto della serie Final Cut, di come i soggetti sembrino quasi incorniciare il muro, ma non lo farò. Parlerò invece dell’odore del pesce, del sale e del sangue, che riempiono l’aria, densa, come una nuvola rossa. E dello stridere incessante dei gabbiani affamati che si percepiscono voltare sopra di noi. Questa è l’abbondanza che il mare ci ha regalato, è come in uno slancio primordiale, l’uomo che vive dei frutti della propria terra. La morte non è che la preservazione della vita, sacrificio vero e proprio che la natura richiede per una continuità intrinseca. Non c’è spirito assassino nella mannaia che braccia sporche di sangue impugnano con ardore, non c’è sadismo nel loro sventrare assiduo. Nell’era del consumismo sfrenato il concetto si è spostato dal “sopravvivere” al “vivere”, eppure queste immagini riportano all’uomo ancestrale, alla caccia finalizzata al nutrimento. E non c’è disonore nelle membra sezionate all’aria, questa è la più nobile morte, il sacrificio di uno per il sostentamento dell’altro. Sostentamento che da sempre ci è stato fornito dal mare, a noi abitanti del Mediterraneo. La sacralità di questa mattanza si ripropone ancora inalterata, secoli dopo secoli, nella più pura genuinità delle sue tradizioni. E ci lascia quell’aria spessa, carica di sale, gonfia di odori…

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