Falconara (2008)

Massimo Cristaldi Essays 1 Comment

This essay has been concieved from the suggestions of Timothy O’Sullivan Tufa Domes, Pyramid Lake, Nevada, 1867, one of the first known photographs.

Timothy O’Sullivan - Tufa Domes

Timothy O’Sullivan
Tufa Domes, Pyramid Lake, Nevada, 1867

Comments 1

  1. Che un bambino giochi è naturale ed è ormai risaputo che anche attraverso il gioco stesso egli affina le proprie capacità cognitive, motorie, affettive… Ma un adulto che gioca cos’è? Le teorie ludologiche, anche le più disparate, riconoscono in generale una caratteristica comune al gioco, ovvero il suo essere gratuito. Il gioco non è strettamente necessario, per cui si gioca senza alcuno scopo se non il gioco stesso. Poi, il gioco può essere il più svariato; com’è tipico dell’intelletto umano si tende a categorizzare in base a delle proprietà i diversi tipi di giochi, ma qui ci si addentra in un terreno che è ben lungi dal motivo di queste righe. In questa sede, in fin dei conti, non ci interessa tanto né il perché né il per come l’uomo giochi, ciò che ha importanza è il fatto che lo faccia. La curiosità che ci spinge verso il sentiero inesplorato, la voglia di mettersi in discussione, il non volersi sentire prigionieri di regole che spingono all’uniformità, la necessità di esprimersi e realizzarsi pienamente. Sono tutti ingredienti del gioco e a ben guardare sono anche i motivi delle più grandi rivoluzioni artistiche, dalla metrica libera al cubismo! E questi non sono forse anche gli ingredienti del gioco? Ora, non pretendo affatto di riconoscere a chiunque giochi la stessa importanza sociale e culturale di rivoluzioni artistiche come il cubismo, l’uomo va alla scoperta di nuovi sentieri ma non sempre trova scorciatoie. La sperimentazione, ovvero lo scostarsi dai percorsi consueti, dunque, non porta necessariamente alla rivoluzione artistica; ma se tale processo viene fatto senza alcuno scopo se non il puro divertimento di farlo, male che vada ci saremo divertiti. Ovvero, avremo giocato. Ed è proprio il puro divertimento e la curiosità di utilizzare diversamente il mezzo alla base di “Falconara”. Però attenzione, l’utilizzare diversamente non significa impropriamente! La fotografia pullula di regole, con un abuso notevole di notazione, in maniera più corretta andrebbero definite tecniche. A talune tecniche corrispondono taluni effetti. Non rispettare tali tecniche non significa libertà di espressione, la differenza strutturale è quasi nulla ma nella concezione vi è lo stesso abisso che c’è tra licenza poetica ed errore grammaticale! Per poter rompere una regola-tecnica bisogna conoscerla a fondo, e bisogna che tale rottura sia giustificata. Ergo, la mancata applicazione della tecnica deve necessariamente apportare un di più alla fotografia (ma si può estendere con facilità a qualsiasi campo artistico), altrimenti una tentata licenza poetica scivola grossolanamente in un errore macroscopico. Abbiamo dunque capito in cosa consiste “Falconara”, nell’esperimento di un fotografo che decide di cambiare le carte in tavola, per puro diletto. D’altronde la prima fotografia è estremamente esplicativa. Non è a fuoco il soggetto principale, l’orizzonte è storto, gli angoli dell’immagine sono scuri. Eppure fermiamoci a riflettere come sarebbe questa foto se invece l’orizzonte fosse dritto, il soggetto principale a fuoco, e non ci fossero quegli angolacci neri. Una foto noiosa, che non ha niente da dire. Vediamo invece cosa aggiungono queste mancate applicazioni delle regole fondamentali della fotografia. Intanto il soggetto principale, ovvero il ramo sulla spiaggia, viene liberato da ogni peso, e la prospettiva va oltre, lo scavalca, verso il mare. Ad accentuare questo tendere al mare ci sono sia gli angoli neri, che quasi simulano un telescopio, e soprattutto la profondità che in parte la sabbia e in maniera efficacissima lo stesso ramo contribuiscono a rendere. L’orizzonte storto conferisce poi quella dinamicità alla foto, ravviva il mare increspato, gli dà vita. E quindi noi tendiamo verso il mare, libero e vivo, anche se nell’immediato il primo ostacolo è un bastone noi siamo già tesi altrove. Da un punto di vista poi puramente estetico, vi è questa riga diagonale in leggera salita, quasi a sottolineare che il raggiungimento della meta non sarà immediato né banale, che divide i due grigi di sabbia e cielo. Bello il contrasto tattile tra il cielo liscio e la sabbia ruvida, rotto dalle nitidissime increspature spumose del mare. In particolare molto bello il riflesso stesso delle onde nel bagnasciuga. A contrastare l’obliquità della striscia di mare c’è il ramo in primo piano. Esso è in posizione orizzontale, quasi completamente nero, vicino e sfocato. Si oppone in tutto e per tutto al mare. Esso inoltre è posizionato sulla linea inferiore dei terzi, per cui è decisamente il primo punto che viene osservato. Ma non trattiene lo sguardo, anzi, lo sposta. Come un telefono che re-indirizza la telefonata, lui riceve lo sguardo e lo sposta alle sue spalle. Ecco perché non si può parlare di errori, lo stravolgimento delle regole-tecniche basi trova la massima giustificazione e invece di consegnarci una foto banale e già vista ci dà qualcosa che, come dire, ha una dignità estremamente maggiore e profonda.
    Meno radicale la seconda foto, che vede un’applicazione perfetta della regola dei terzi e un fuoco spostato all’infinito. In questo caso è estremamente divertente seguire il percorso dell’occhio, che viene attirato dal puntino nell’incrocio in alto a destra dei terzi, ma poi discende come tornando a riva, calamitato sempre da quel punto finché non incontra le onde. Le increspature sono fuori fuoco, il che contribuisce a vederle come un’unica massa, inoltre la loro luminosità conferisce un maggior peso a tale ammasso. Quasi una nuvola. Ma l’effetto della sfocatura disturba, e l’occhio viene nuovamente attratto da quella piattaforma lontana.
    E’ un gioco chiaramente la quarta foto, con il riflesso del sole sul bagnasciuga. Molto bello il viraggio in bianco e nero con questo nero predominante bilanciato dalle macchie di schiuma e di luce. Impeccabile la scelta compositiva, con l’acqua che crea una particolare forma che rende questa foto non dissimile ad un quadro astratto. E la stessa cosa avviene per la foto successiva, dove le componenti fondamentali sono quella tattile e quella compositiva. La roccia che inizia in alto a destra sembra bucare lo spazio, e la sabbia sembra essere risucchiata quasi come se collassasse su se stessa. E poi, come si accennava, la componente tattile, ovvero il grande contrasto tra la roccia ruvida e la sabbia soffice, che è estremamente suggestivo.
    Passiamo alla decima foto. Non che le altre siano completamente prive di interesse, nella nona ad esempio è divertentissimo guardare le tracce sulla sabbia che sembrano scie di serpenti, ma è la decima che segue meglio lo spirito giocoso di questa galleria. La prima cosa da notare è sicuramente l’aspetto geometrico, con la simmetria leggermente asimmetrica che è davvero notevole. Le ombre dei rami riprendono simmetricamente le geometrie dei rami stessi sia a destra che a sinistra, con una piccola discrepanza: a destra l’asse di simmetria è orizzontale, a sinistra invece è inclinato ad occhio e croce di una trentina di gradi. La cosa significativa è che se disegnassimo ipoteticamente quest’asse, esso sarebbe praticamente simmetrico alla striscia delimitata dall’ultima onda rispetto all’orizzonte storto. Sembra una forzatura, detta così, ma non è una cosa banale, difatti queste piccole relazioni apparentemente cerebrali ed astratte vengono colte istintivamente dall’occhio, e lì, nel mezzo del cielo, nel nulla, appare chiaramente una linea fittizia, ovvero questo fantomatico asse di simmetria. Ma non è l’unica linea che la foto ci mostra, anche l’altro asse di simmetria, ovvero la linea che taglia orizzontalmente la foto, è chiaramente percettibile, sia perché appunto costituisce asse di simmetria per i rami a destra, sia perché svolge la medesima funzione per quel triangolo formato dall’orizzonte storto e dal mare. Perché dunque inclinare l’orizzonte? Per gioco, sicuramente. Per gioco ma con giudizio, facciamo sì che inclinando l’orizzonte la foto acquisti più forza, altrimenti, il gioco non ci porta da nessuna parte, e il suo divertimento si esaurisce nel giro di pochi istanti.
    Ultima foto, infine, estremamente significativa perché riprende la foto che ha ispirato la galleria, indicataci dall’autore stesso. Di nuovo l’orizzonte storto crea un triangolo con il bagnasciuga, il cui asse può essere proprio fatto coincidere con il punto in cui termina l’acqua ed inizia il suo riflesso. Tale asse non è però propriamente orizzontale, ma tende a confondersi con la linea orizzontale che taglia la foto a quell’altezza perché proseguendo verso destra il bagnasciuga, anche se per una piccola percentuale della larghezza della foto, crea un orizzonte perfettamente orizzontale. Questo pendere verso destra ha inoltre un secondo effetto, quello cioè di rendere ancora più forte la successione dei sassi, che costituisce la peculiarità e il gioco vero e proprio di questa immagine. Come pedine su una scacchiera, i due sassi e lo scoglio in fondo, che tra l’altro non sono posti in maniera rettilinea ma iperbolica (si pensi di congiungere i due angoli in basso a sinistra e in alto a destra della foto con un’iperbole passante per i baricentri delle tre figure), indica un percorso, un tendere verso, e l’iperbolicità della successione aiuta anche a figurarsi meglio la distanza. Ovvero, il sasso di mezzo, con una lettura bidimensionale, dista meno dallo scoglio che dal sasso precedente. Ma la profondità viene data proprio dall’iperbolicità, per cui per ottenere il medesimo spostamento in orizzontale il sasso di mezzo deve spostarsi maggiormente in verticale rispetto al sasso a sinistra. Anche qua si può vedere una forzatura, ma è proprio la non linearità della progressione a rendere la profondità.

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