I’ve always been fascinated by stations. When I was a child Sicily had still an autonomous railway system, built at the end of 1800 and used till the Seventies: it was a practical way to fill the distances between small towns, in a period where cars were still not very diffused. This railway does not operate anymore. Small stations have been now closed and trains are left to their destiny.
There was a strong contrast in this abandoned station between its elements: the ticket office, the waiting room, the warm colors of the train, the forced immobility of something born to run, the strange silence of something born to be loud.
This is maybe the last chance to buy a ticket and jump into the last train from Carcaci station.
90 cm in the shortest side, Archival Pigment Print
Limited edition of 15 prints


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Come i relitti di galeoni spagnoli, inghiottiti nelle acque oceaniche, vengono totalmente inglobati dalla natura subacquea, così qualsiasi relitto abbandonato dall’uomo finisce per integrarsi, anzi, per essere integrato dalla natura circostante. La quotidianità di posti abituali, comuni e frequenti nella vita diciamo quanto meno di un occidentale medio, che non appena il progresso sposta il suo sguardo anche solo pochi metri più in là, si trasforma in un ecosistema del tutto nuovo e affascinante. La “naturizzazione” dell’opera umana, si sa, non è immediata, anzi, è un lento transitorio che prevede variopinte fasi intermedie. Con estrema calma la decadenza dell’opera umana si trasforma in risorsa per la natura selvaggia e senza regole.
Le prime due foto del progetto “The Station” (“Station Entrance” e “Carcaci Station”) mostrano appunto la rigogliosità e il vigore con cui la natura sboccia, c’è l’odore dell’umido che crepa le pareti e fa sbocciare una vegetazione fitta e quasi tropicale, che a morsi sempre più insistenti conquista il nuovo territorio. Ma è nella terza foto (“The Three”) che la forza prepotente ed invadente della natura, rappresentata dall’albero in questo caso, è davvero relazionata al grande contrasto della decadenza del luogo sotto il punto di vista umano. Quasi una discarica secondo il nostro occhio, è invece campo libero per il verde albero. Ritroveremo la natura solo più in avanti, con la foto “Rails”, dove è più presente l’attenzione all’armonia che al contrasto dissonante di “The Three” e in parte di “Carcaci Station”. Più simile quindi a “Station Entrance”, dunque, a sottolineare la calma e la naturalezza con cui la natura si impossessa del luogo, piuttosto che esaltare il rude contrasto con la “quasi discarica”.
Ed è proprio sulla “quasi discarica” che verte il secondo spunto principale di questa galleria. Come detto, quattro foto esaltano il rimpossessarsi della zona abbandonata, altre invece raccontano l’abbandono. “Second Class” costituisce un ottimo collante per questo passaggio, come uno zoom da “The Three” ci aiuta a focalizzare il nuovo discorso. E quindi discostandoci momentaneamente dalla natura, passiamo ad osservare l’abbandono. L’abbandono che può essere buffo come in “Need a Ticket?”, nella quale con ironia viene ricordato quello che doveva essere l’uso antico di quel luogo, ovvero una stazione ferroviaria: il buco nella porta è come un passaggio verso il passato, dal quale emerge una mano, simbolo di una vita che ci fu, avvolta però nella desolazione dello stato attuale.
Abbandono che può essere crudo, come in “Stairs”, scale ricoperte di accumuli di immondizie e che scendono sempre più nell’ignoto. La luce in fondo non è di sicuro una luce di speranza, forse più un rigurgito di fiamme infernali, l’incognita domanda su cosa possa trovarsi scendendo ulteriormente se già a questa quota si rasenta il peggio.
Abbandono che può avere una grande valenza estetica, come in “Waiting Room”. Il titolo riporta lo scopo per cui tale ambiente era stato concepito. Ancora non senza ironia, la foto, con una composizione elegantissima e un sapiente gioco di contrasti tra zone illuminate e colorate con zone in ombra quasi in bianco e nero, ci racconta come adesso è da re-interpretare l’attesa. L’immobilità della scena, il suo equilibrio statico, l’assenza di qualsiasi elemento dinamico, suggerisce una sensazione di attesa eterna. Eppure basterebbe poco, magari solo un soffio di vento per far cadere quella cassa di legno, ciononostante pare che ciò non accadrà mai. Come se il passare del tempo le persone abbiano appunto abbandonato questa stazione, lasciando però intatti in quella stanza i loro spiriti, che in passato chissà per quanto hanno atteso, sublimandoli in una sorta di attesa eterna.
Le ultime due foto, “The Train” e “Time to Go”, sono leggermente differenti. I colori sono più decisi, l’abbandono non è più così diffuso quanto al massimo localizzato in punti specifici. Come il vetro rotto del parabrezza che deturpa con grande fascino una vettura altrimenti apparentemente intatta in “The Train”. Addirittura quasi assente in “Time to Go”, la decadenza non è data dall’abbandono. Eppure la si nota, è palese ed emerge. Non è la mancanza di utilizzo né la desolazione che danno questa sensazione di decadenza, bensì la percezione del vecchio che si ha nel notare che queste forme, questi materiali e questi colori non sono quelli attuali. Dopo averci raccontato la decadenza sotto il punto di vista del contrasto con il fiorire della natura, e dopo averci raccontato la decadenza attraverso il degrado e l’abbandono, ecco raccontarci la decadenza “vintage”, ovvero della percezione del vecchio. Così si chiude questo discorso sulla decadenza di una stazione che in qualche modo segue molto da vicino “The Other America”, cambiando i soggetti i temi di fondo rimangono essenzialmente basati sul rapporto tra la natura e l’opera dell’uomo nel momento in cui quest’ultima smette di essere funzionale.
Massimo,
I first view viewed “The Train” on TPN (http://www.travelphotographers.net) and then the rest of your Project photos on your website. I loved and was saddened by the assorted decay, the collapse of an era, the (almost) empty room and then the fresh, but dated, look of the passenger car (even with the broken windowshield) and its fashionable colors–very striking collection.
Your project reminded me of a collection I did on the Sri Lanka tsunami Galle train (where up to a 1,000 people died), with its damaged passenger cars, falling down ceilings, collapsed seats, and the ground outside littered with shoes, clothes, personal belongings, the surreal surrounding landscape with its vanished houses, skeletons of homes and lives once lived.
I particularily like these “story” projects. —-Well done. I will make the time to view the rest of your website photos.
Lucy Llewellyn Byard
PhotoJournalist
Sri Lanka/California
http://www.whatsagirltodo.net